Ecco perché ho lasciato il miglior lavoro che abbia mai avuto

Ecco perché ho lasciato il miglior lavoro che abbia mai avuto

Non l’ho fatto per girare il mondo o per trovare me stessa. L’ho fatto per qualcosa di molto più importante.

Brittany Lash- Lavoravo per una compagnia fantastica ed innovativa. I benefit e lo stipendio erano i migliori che avessi mai ricevuto. Avevo colleghi capaci e pronti a mettersi in discussione, senza aver paura di uscire dai ranghi.

Ma ho comunque deciso di andarmene.

E la mia scelta non ha niente a che vedere con la vita da ufficio, le corporazioni o l’importanza di inseguire i propri sogni. Non si tratta del bisogno di libertà o di preferire un uomo a tutto il resto.

Si tratta piuttosto di come sia facile perdere la propria strada- come si possa profondamente ferire gli altri e sé stessi- quando si scappa dal dolore.

E questa è la storia di come io abbia smesso di scappare.

Cambiamenti importanti

Nel 2009, solo un anno dopo aver concluso il college, a mia madre venne diagnosticata la Demenza Frontotemporale.

A quel tempo, i miei unici pensieri erano:

– è una malattia terminale
– la media di vita dopo la diagnosi è minore ai 10 anni

Da una parte, sapevo che mia madre desiderava  che io continuassi a vivere la mia vita, e che non voleva privarmi dell’opportunità di fare grandi cose. Ma sapevo anche che sarebbero state poche le persone a prendersi cura di lei- io sono figlia unica, e mia madre non aveva genitori o parenti prossimi. Una volta che lei non avrebbe più potuto prendersi cura di sè stessa, sarebbe toccato a me e a mio padre. (In realtà ho un fratello più grande, ma solo da parte di padre e a quel tempo anche lui aveva considerevoli problemi in famiglia).

I miei genitori sono stati capaci di gestire le cose da soli per un paio di anni- i sintomi iniziali erano minimi- ed io mi trasferì in California col mio fidanzato. Dopotutto, era un’opportunità a cui mia madre non voleva che io rinunciassi. Ma quando le sue condizioni iniziarono a peggiorare, iniziai a sentirmi troppo lontana.

Non volevo perdere quelli che pensavo fossero i suoi ultimi giorni sereni.

Perciò, nell’estate del 2012, tornai a casa dai miei genitori, nell’Indiana.

Ricominciare (di nuovo)

A quel tempo, ero solo agli inizi della mia carriera. Dopo il college, prestai un anno di servizio militare e  accettai una serie di contratti a breve termine in organizzazioni non-profit e librerie. Guardando indietro, sembra che io non abbia mai davvero provato a costruire una carriera in California: dentro di me sapevo che sarei tornata a casa.

E quando tornai, avevo un solo obiettivo: trovare un lavoro notturno.

In quel momento, mia madre aveva già bisogno di cure costanti. Se avessi trovato un lavoro notturno, mio padre avrebbe potuto mantenere il suo lavoro- il che significava una copertura totale dell’assistenza sanitaria per entrambe i miei genitori. Lui avrebbe potuto prendersi cura di mia madre durante la notte ed io durante il giorno.

Iniziai così a vagliare le possibilità, ma erano scarse. È difficile trovare lavori notturni.

Alla fine, presa dalla disperazione, trovai un lavoro temporaneo tramite un’agenzia che assumeva per il periodo natalizio. Pensai che potesse essere utile per mettere insieme un po’ di soldi, prima di pensare alla prossima mossa da fare.  Eccetto il fatto che non avessi ancora un’altra mossa da fare.

La semplicità del lavoro andava bene- gli orari permettevano che mio padre ed io gestissimo le responsabilità, e sapevo esattamente cosa aspettarmi dal lavoro che avevo ottenuto. Finché mi sarei presentata a lavoro e completato il mio turno, non avrei avuto problemi.

Dovevo solo riuscire a non pensare- non pensare ai cambiamenti che avevo visto in mia madre, non pensare a quanto il mio fidanzato fosse lontano. Non dovevo pensare a niente. Nel lavoro che avevo trovato, potevo attivare la modalità automatica e semplicemente non pensare.

Quel lavoro temporaneo si trasformò in permanente, e finalmente ricevetti maggiori responsabilità- imparando diverse funzioni, migliorando la mia comprensione dei meccanismi della compagnia, imparando addirittura a guidare il carrello elevatore.  Feci la conoscenza di persone eccezionali e iniziai a pensare che forse, sarei potuta rimanere a lungo in quella compagnia.

E per lungo tempo, intendevo anche dopo la morte di mia madre.

Perché, a quel tempo, tutto ruotava intorno a quel giro di boa. Non volevo prendere in considerazione nessun cambiamento- trasferirmi per stare col mio fidanzato, cambiare lavoro, fare nuovi progetti- senza includere i miei genitori. Il dolore nel vedere mia madre spegnersi lentamente era irreale, e non avevo la forza di pensare a nient’altro. Ero paralizzata. Non potevo gestire quello che stava succedendo-così mi aggrappai con tutto il cuore a tutto ciò che mi permetteva di non pensare per un po’. Quel lavoro era perfetto in questo senso, e mi lasciai trasportare con abbandono.

Alla fine del 2014, appena due anni dopo il mio trasferimento a casa, mia madre non faceva che peggiorare. Io e mio padre eravamo al suo fianco. I mesi seguenti furono durissimi. Nonostante il mio fidanzato si fosse trasferito più vicino, io preferì  comunque non lasciare l’Indiana. Rimasi con mio padre, anche perché volevo assicurarmi che stesse bene. Ma stavo cercando di capire se anche io stessi bene.

Pensavo che il lavoro fosse la soluzione. Sapevo che la mia compagnia stava aprendo una nuova sede nello stato in cui viveva il mio fidanzato e pensavo che potessimo sperare in un trasferimento- o magari, anche in una promozione. Avrei potuto mettere a frutto gli ultimi anni di lavoro.

Ma ciò che non avevo realizzato era che nonostante io andassi avanti fisicamente, non avevo coscienza degli anni di dolore a cui mi ero sottoposta. Mi nascondevo dietro il raggiungimento di questo nuovo obiettivo lavorativo (una valida distrazione, ma pur sempre nient’altro che una distrazione).

Quando mia madre morì, non accettai il lutto- mi lanciai a capofitto nel lavoro durante il periodo di Natale- e non piansi mai per tutto quel che avevo perso.

Non avevo mai preso coscienza di quanto fosse stato doloroso lasciare il mio ragazzo indietro, o sentire continuamente la mancanza degli amici mentre lavoravo. Avevo seppellito la colpa e il dolore, perché non volevo fronteggiarli.

E scappando da tutto quel che provavo, persi completamente la mia strada.

Abbassare la guardia

Con l’aiuto di qualche generoso consiglio, accettai il trasferimento ed una promozione a metà del 2015. Il lancio della nuova sede fu un successo ed io cercavo di essere all’altezza  delle nuove richieste di lavoro derivanti dalla mia nuova posizione.

Ma poiché avevo evitato di dar sfogo ai miei sentimenti e avevo provato ad avanti alla cieca per mesi, durante l’autunno del 2015 fui colta da un problema di salute. La mia situazione poteva essere curata, ma prevedeva un intervento chirurgico e un periodo di riabilitazione fisica. Ed in particolare, prevedeva un’intera settimana libera dal lavoro- da passare a letto.

L’intervento chirurgico mi aveva costretta ad una pausa.

Non potevo più scappare dai miei sentimenti. Avevo cerato di evitarli così a lungo ed ora, eccoli lì, tutti al mio cospetto.

Tutto quel che avevo fatto per anni- lavorare, dormire, mangiare, bere- era servito per mettere a tacere i miei sentimenti.

Ho continuato ad evitarli, oscillando fra la necessità di essere presente per mia madre e la volontà di scappare lontano. Ho umiliato me stessa esagerando con l’alcol, mangiando a sproposito, immergendomi in qualsiasi cosa mi tenesse lontana dai pensieri. Ma non ho fatto altro che scappare da qualcosa che prima o poi mi avrebbe catturato inevitabilmente.

Capì di aver toccato il fondo quando mi sorpresi ad escogitare modi per ferire me stessa ed evitare quindi, di tornare a lavoro.

Fu un momento di fulminante chiarezza- Stavo seriamente pensando di farmi del male pur di non tornare a lavoro- e se non mi fossi fermata, le conseguenze sarebbero state gravi.

I sacrifici che dovevo fare per mantenere la mia nuova posizione- i turni, gli spostamenti, il tempo perso con gli amici e la famiglia- sarebbero stati gestibili se solo non avessi già rinunciato a troppo. Non avevo avuto la cognizione dei miei limiti (e da quanto tempo li avessi già superati) finché non fu troppo tardi.

Non appena presi coscienza della situazione, firmai le dimissioni. La paura di poter fare del male a me stessa era troppo grande per aspettare oltre. Sapevo che non c’era tempo di “aspettare e vedere” data la natura dei miei problemi.

E questo è il motivo per cui non screditerò mai la compagnia o le persone che hanno cercato di aiutarmi. Mi hanno offerto tutto quello che potevano- il loro tempo, la loro comprensione, la loro pazienza- ma alla fine la responsabilità di aiutare me stessa era soltanto mia. E dovevo cominciare immediatamente.

Guarigione

Ho lasciato il mio lavoro nell’Ottobre del 2015 e non ho più cercato un’altra posizione.

Sono fortunata, nel senso che sono stata in grado di gestire le mie cure dopo le dimissioni.

Iniziai a vedere un consulente per la salute mentale poco dopo, quello stesso mese, e iniziai sistematicamente a ricostruire la mia vita dalle basi. Mi ero seriamente fatta del male, e probabilmente avrei avuto bisogno di altre cure mediche. Parte del mio recupero è stato dedicato ad ammettere a quanto vicina fossi andata alla morte.

Il mio unico rammarico è quello di aver abbandonato la compagnia così all’improvviso. Lavoravo con un bel gruppo; non sono loro la ragione per cui sono andata via. Avrei preferito essere stata più onesta sui miei sentimenti- inclusa la volontà di volermi fare del male.

È fondamentale capire che può succedere a tutti.

Alcuni possiedono alte soglie di dolore, ma anche coloro che sembrano più razionali possono perdere la strada.

In questo caso, è toccato a me – un’ottima opportunità di lavoro- al momento sbagliato della mia vita.
Stavo correndo da troppo, e troppo in fretta. Ma non sarei arrivata alla consapevolezza che ho adesso senza questa esperienza, e per questo, ne sono grata. E adesso sono pronta a cogliere nuove sfide, di nuovo.

Sono pronta a correre verso la vita, piuttosto che a scappare.

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